“A ciascuno il suo”: il caso di Delfino Alciati.

Per molti decenni non si era più parlato del vercellese Delfino Alciati, vissuto a cavallo tra l’ottocento e il novecento, anche se era un artista e un insegnante di disegno che, per le sue doti di fantasia e per la formazione dovuta agli studi scelti e alla permanenza a Torino, era in grado di esprimere le tendenze del suo tempo più aperte alle novità. Nel 1904 decideva di ritornare per sempre a Vercelli, portando con sé una ventata di cambiamenti, che non potevano essere  accettati subito in molti ambienti cittadini ancora legati all’arte tradizionale. Trovava però una stampa locale di ampie vedute, che gli era favorevole, lo sosteneva e lo incoraggiava nelle prime inevitabili difficoltà, anche se per carattere egli era comunque pronto ad affrontare e a superare gli ostacoli.

 

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Così nel mese di giugno del 1904  i giornali cittadini si occupavano di lui, dal momento che stava aprendo un suo studio artistico nella casa Malinverni, situata nell’allora via della Visitazione, oggi via Vallotti, in quanto intendeva insegnare disegno e pittura ad allievi privati. Neppure un mese dopo il suo nome compariva tra quelli dei futuri docenti di una Scuola di oreficeria, programmata per l’autunno, dove avrebbe insegnato  disegno industriale, che richiama l’attuale disegn. Era infatti quello un momento felice per il mondo scolastico vercellese, perché Pietro Masoero e i suoi collaboratori impegnati nella Sede Filologica1gestione della “Filologica”, poco dopo divenuta la “Scuola professionale e filologica geom. Francesco Borgogna”, stavano avviando un corso moderno per adeguarsi alle esigenze delle numerose ditte di argenteria, attive da tempo in città.

In particolare quando Delfino apriva il suo studio d’arte e iniziava a insegnare agli orefici aveva 36 anni, perché era nato a Vercelli il 13 giugno 1868 da Pietro Alciati, un misuratore di cereali che in seguito avrebbe fatto l’ortolano, e da Teresa Capra, una giovane casalinga. I genitori, che vivevano in una casa in affitto situata nella via della Caserma di Cavalleria, gli avevano imposto i nomi di Delfino Vincenzo, con i quali da adulto avrebbe firmato le sue opere, oltre a quello di Giuseppe. Ritroviamo Delfino più tardi, quando, per il forte desiderio di studiare, diventava un brillante allievo dei corsi serali  tenuti dalle scuole operaie gratuite più antiche di Torino, le Scuole tecniche S. Carlo, attive tra l’altro ancora oggi. Grazie alle sue capacità e alla determinazione otteneva il diploma d’onore e proseguiva poi i suoi studi al Regio Museo Industriale Italiano di Torino, che doveva il suo nome all’esposizione permanente di modelli di macchine industriali e di merci inserita al suo interno. In questa scuola di tecnologia, che laureava tra l’altro ingegneri, insegnanti, direttori di officine industriali e che nel 1906 sarebbe poi confluita nel nascente Politecnico, Alciati giungeva alla laurea e diventava professore abilitato all’insegnamento di disegno ornamentale negli istituti tecnici e nelle scuole professionali d’arti e mestieri. Dopo aver linadefininsegnato per un anno a Torino in una scuola molto particolare, quella della “Società nazionale di patronato e di mutuo soccorso delle giovani operaie”, si stabiliva, come si è detto,  a Vercelli, dove poco dopo pensava a sposarsi. Infatti il 20 settembre 1905, quando aveva 37 anni e un lavoro stabile di professore di disegno, si univa in matrimonio con Angela Chiabò,  una stiratrice di una dozzina d’anni più giovane di lui che era chiamata affettuosamente Angiolina. Le nozze avvenivano alla presenza di due testimoni che in quel momento significavano molto per la sua vita, in quanto erano il direttore del giornale “La Sesia” Ermenegildo Gallardi e  Pietro Masoero.

 

Nella sua attività  di lavoro, oltre a mettere a frutto le solide conoscenze dei modi tipici del  disegno antico, insisteva con coraggio nell’impegno in quell’arte che, a partire dall’epoca della diffusione industriale, si proponeva di dare dignità artistica alla produzione degli oggetti più comuni  della vita quotidiana, compresi quelli tipici dell’ arredamento e  anche i dettagli degli abiti. Perciò Delfino si metteva in evidenza per la  varietà degli argomenti affrontati e per il fatto che si ispirava spesso all’ art nouveau, quindi allo stile floreale o liberty, di cui era maestro, al punto che alcune delle sue opere erano pubblicate sulla rivista torinese “L’Artista moderno”, nella quale trovavano spazio le migliori sperimentazioni.

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A Vercelli, come succedeva ormai da tempo agli artisti, anche Delfino trovava un aiuto per farsi conoscere  nella possibilità di esporre una o più opere, in vere e proprie piccole mostre, nelle bacheche dei negozi più eleganti, situati lungo il corso, all’ epoca ancora Carlo Alberto, o nel cuore stesso della città, sotto ai portici di piazza Cavour. A fare poi il resto erano gli articoli che ne parlavano a lungo, soprattutto  quelli della Sesia, periodico sempre disponibile a sostenere i giovani artisti agli inizi di carriera meritevoli di attenzione. Così tutto diventava pubblicità che contribuiva a sollecitare l’interesse, anzi finiva per trasformarsi in un invito implicito a passare dallo studio dell’artista per vedere altri  lavori e magari anche acquistarli.

 

Le opere di Delfino erano in bella vista nelle vetrine del tappezziere Castagno ed erano varie tra di loro, in quanto in un primo momento  riguardavano decorazioni e oggetti d’arte applicata, ma subito dopo comprendevano anche quadri dipinti ad olio. La stessa varietà caratterizzava gli stili adottati e  nello stesso tempo la destinazione stessa degli oggetti disegnati o  già realizzati, rivelando però sempre bravura ed eleganza nell’autore, Infatti i suoi disegni apparsi nelle vetrine si riferivano anche ad  arredi sacri, come le copertine di libri di carattere religioso,i calici in stile antico ornati con pietre preziose e  filigrana, un ostensorio e un reliquiario con miniature. Non mancavano però  anche astucci in pelle con lavori in oro, pergamene per matrimoni e una bugia in stile liberty, oltre a  modelli moderni, come quelli per un’ applicazione in stoffa per un abito femminile e altri per cuscini eleganti, senza trascurare una composizione per una fontana-faro  di grande effetto. Quando poi comparivano i suoi quadri, tra i quali un vigoroso autoritratto e la figura di una vecchia, la situazione si complicava, in quanto queste opere dovevano essere di buona qualità se i vercellesi finivano per confondere Delfino con suo cugino Ambrogio Alciati, pittore già famoso da tempo e seguito con attenzione in città, anche se ormai viveva a Milano. A questo punto “La Sesia” si sentiva in dovere di intervenire con un articolo chiarificatore, per mettere fine ai troppi equivoci e destinare a Delfino quei riconoscimenti che gli spettavano per i suoi meriti.